La felicità ed i luoghi in cui viviamo.

di GRAZIA TORRE.

Alla ricerca di una qualità di vita possibile.

Quando si parla di tracciare possibili scenari sul futuro delle città e soprattutto su definire qual’ è e quale sarà il ruolo dell’architetto e dell’architettura nello sviluppo dei nostri territori, l’opinione comune sembra essere la necessità di ridare qualità alla vita anche andando talvolta a discapito del profitto. Penso, a questo punto, che diventi interessante capire se esistano e quali siano i parametri che meglio definiscono il concetto di qualità di vita, per orientare le scelte dei futuri interventi. Ma come si giudica la qualità di vita? Ha un valore universale o è soggettiva, individuale? E a quali valori deve fare riferimento? Se facessimo un’ analisi considerando diversi ceti sociali, sicuramente alcuni parametri in base ai quali definire questa qualità di vita sarebbero uguali più o meno per tutti, mentre altri sicuramente risulterebbero differenti. A parte le infrastrutture, la qualità dell’ aria, le condizioni igieniche che soddisfano bisogni standard, come definire tutto ciò che ruota intorno alla sfera psichica che è altrettanto importante? Una decina d’ anni fa, curiosando tra gli scaffali del bookshop della Triennale, mi capitò tra le mani un volumetto scritto a quattro mani da Mario Botta e Paolo Crepet, “Dove abitano le emozioni” che mi incuriosì moltissimo: un architetto ed uno psichiatra insieme per studiare l’ alienazione e il senso di straniamento prodotto delle grandi città. Mentre la maggior parte degli architetti si preoccupava della forma autoreferenziale della propria architettura, loro parlavano di cercare la felicità nei luoghi in cui viviamo recuperando quel senso di socialità per cui sono nate le città. Si preoccupavano dei bambini, chiusi nelle loro gabbie dorate o degli anziani spesso impossibilitati a svolgere quei piccoli riti quotidiani ( comprare il giornale, leggerlo al parco, fare la spesa ) che alleviano le loro altrimenti interminabili e solitarie giornate.

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Qualche anno dopo, Aldo Cibic nel suo “Rethinking happiness” definisce “bel posto” per vivere, quel luogo dove l’architettura sia il supporto per raccontare una storia e per creare una bellezza che stia nella qualità di vita che genera, definendo questa qualità un’armonia data dalla soddisfazione delle aspettative, sia quelle prevedibili che quelle straordinarie legate all’anima del luogo stesso.

E le loro riflessioni, mi sembrano oggi più attuali che mai. Molti citano le grandi città del nord Europa e principalmente Copenaghen e Stoccolma come città modello, ma mi chiedo se la loro idea di qualità di vita sia uguale alla nostra. Come fare a stabilire allora su quali parametri modellare questa qualità di vita? Un aiuto ci viene sicuramente dal coinvolgimento dei cittadini nel processo decisionale. Solo stimolando la loro partecipazione alle attività di pianificazione, progettazione e gestione dello spazio pubblico possiamo sperare di tracciare un quadro appropriato della nostra utenza di riferimento e soprattutto modularla secondo le sue reali esigenze. Ma la partecipazione da noi ha un grande nemico, il tempo. I nostri tempi per la realizzazione di un progetto sono troppo lunghi rispetto alla velocità con cui possono cambiare le problematiche degli abitanti di un quartiere. Se io oggi organizzo tavole rotonde e coinvolgo un certo numero di cittadini per capire ciò di cui hanno bisogno e realizzo quello che hanno chiesto dieci o anche venti anni dopo, è molto probabile che le necessità e i bisogni siano cambiati. Diventa importante allora snellire le procedure, accorciando i tempi anche in funzione di una corretta programmazione economica. E in generale, per come va il mondo, credo che in futuro avremo sempre più bisogno di tempi più lunghi per riflettere e tempi più brevi per operare.

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